Testo unico del vino, Europa e futuro, intervista a Luca Sani

lucasani

La redazione di newsroom.comunicarevino.it, che nelle settimane scorse ha esaminato in vari articoli il testo unico del vino in discussione alla Camera dei Deputati, ha voluto intervistare il Presidente della Commissione agricoltura Luca Sani, primo firmatario della proposta di legge.

E’ stata l’occasione per parlare delle novità normative del provvedimento e del presente e delle prospettive future del settore vitivinicolo italiano. Buona lettura

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In queste settimane è in discussione il progetto di legge del “testo unico del vino”, di cui lei risulta essere il primo firmatario, da cosa nasce l’esigenza di discutere e approvare una nuova legge che normi il settore?

«I motivi sono molti, ma credo possano essere riassunti nella richiesta che da tempo il comparto vitivinicolo avanza: mettere a disposizione dei produttori uno strumento quadro che semplifichi gli adempimenti e metta in condizione le imprese di essere più competitive. Il successo dell’export del nostro vino, ad esempio, ha ancora grandi margini di crescita e il Testo unico del vino darà strumenti operativi per cogliere questi risultati».

Quale sono secondo lei le novità importanti che il testo unico del vino punta ad introdurre, a partire ad esempio dal ruolo dei Consorzi di Tutela che nel provvedimento ci sembra vengano valorizzati nella loro funzione di raccordo del territorio e delle produzioni?

«Penso a due idee forza: la semplificazione amministrativa e la sicurezza alimentare. Principi che informano tutta la legge e che trovano una declinazione nel Sian (sistema informativo agricolo nazionale), per semplificare gli adempimenti attraverso l’istituzione di una innovativa rete informatica di gestione, e nello Schedario vitivinicolo istituito presso il Mipaaf, mirato a contenere tutte le informazioni sul potenziale produttivo viticolo.

Sul fronte della sciurezza alimentare, invece, sarà decisiva la competenza assegnata al Mipaaf del coordinamento delle amministrazioni coinvolte nei controlli, che saranno effettuati attraverso due strumenti specifici come “Piano annuale dei controlli” e “Registro unico dei controlli”.

L’idea è che la certezza dei criteri e delle modalità ispettive liberi le aziende da vessazioni e ostacoli di natura burocratica. In questo quadro il ruolo dei Consorzi di tutela, definito dall’Art. 37, viene rafforzato per dare nuovi strumenti ai produttori. I requisiti per costituire i consorzi prevedono una rappresentatività di almeno il 35% dei viticoltori e di almeno il 51% della produzione certificata riferita all’ultimo biennio, o salvo deroga in caso di passaggio da DOC a DOCG e da IGT a DOC. successivamente ogni consorzio sarà tenuto a dimostrare, tramite verifica ministeriale, la rappresentatività nella compagine sociale di almeno il 40% dei viticoltori e del 66% della produzione certificata. Sarà consentita inoltre la costituzione di consorzi di tutela per più DOP e IGP che ricadano nello stesso ambito territoriale, provinciale regionale o interregionale. I loro compiti saranno ampliati rispetto alle proposte di disciplina regolamentare e svolgimento di compiti consultivi relativi al prodotto interessato. Espleteranno, inoltre, un’attività di assistenza tecnica e di valutazione economico-congiunturale della DOP o dell’IGP e ogni altra attività tesa alla valorizzazione del prodotto. Collaborando, secondo le direttive del Mipaaf, alla tutela e alla salvaguardia della DOP e dell’IGP da abusi, e svolgere nei confronti dei soli associati funzioni di cura generale degli interessi. Il testo unico, in definitiva, va nella direzione dell’autonomia e responsabilizzazione dei produttori».

Come Presidente della Commissione Agricoltura  in questa legislatura ha avuto modo di confrontarsi con il sistema dell’agroalimentare italiano, quali sono secondo lei le potenzialità di questo settore, quali sono, se ci sono, alcuni punti di caduta e soprattutto cosa dovrebbe fare lo Stato per valorizzare ulteriormente questo settore, in particolare per quel che riguarda il campo della produzione vitivinicola?

«L’agroalimentare italiano è una miniera d’oro, e il suo successo sta tutto nella qualità riconosciuta delle produzioni, nel legame con i territori e nell’efficienza del sistema dei controlli. Ce lo dicono i contatti avuti all’Expo e i numeri dell’export. Il comparto vitivinicolo è con ogni evidenza una delle punte di diamante. Tuttavia è chiaro che si potrebbe fare molto di più. Gli ambiti su cui intervenire, sono sostanzialmente tre: aggregazione dell’offerta per aggredire i grandi mercati, definizione più chiara delle fasce di prodotti nel rapporto qualità/prezzo, qualificazione delle reti logistiche, assistenza tecnica e creditizia all’export. Le misure già prese e quelle in discussione hanno l’obiettivo di dare risposte ai problemi che ci sono in questi ambiti».

In questi giorni abbiamo sentito parlare di Europa non solo per il debito greco, ma anche per l’imposizione all’Italia di eliminare il divieto di utilizzo del latte in polvere per la produzione dei prodotti caseari, premesso che come specificato dal Ministro Martina ciò non comporterà una riduzione di qualità soprattutto per i prodotti DOP, molte delle decisioni europee sembrano andare nella direzione di sacrificare la qualità dei prodotti in nome di una competitività del mercato interno comune, cosa ne pensa?

«È un problema oggettivo, ma per dare una risposta credo vada posta la domanda nei termini giusti. Esistono o meno due mercati paralleli dei prodotti agroalimentari? E, poi, può l’uno sopraffare l’altro? Io credo che da sempre esistano due tipi di produzioni e i conseguenti mercati. Se chi fa produzioni di qualità teme i formaggi realizzati con latte in polvere, penso commetta un errore di prospettiva. Il vero tema è: come possiamo incrementare i consumi delle produzioni di qualità? Io credo investendo nella comunicazione rivolta ai consumatori e avendo una grande attenzione al rapporto qualità/prezzo. Il successo continuo dei prodotti bio è un esempio chiaro del fatto che la qualità non teme la concorrenza al ribasso».

Nelle scorse settimane varie associazioni di categoria da Agrinsieme a FIVI hanno lanciato, inoltre, l’allarme circa le politiche comunitarie in materia di alcol, ed in particolare per quel che riguarda il documento elaborato dal Cnapa. Un conto infatti è portare avanti una battaglia giusta contro l’abuso di sostanze alcoliche un altro è sacrificare un prodotto come il vino sottoponendolo a processi chimici per la riduzione del volume alcolico, cosa può fare secondo lei il Governo italiano per tutelare la qualità della produzione vitivinicola in sintonia con un’azione ferma di contrasto a fenomeni di abuso di alcol?

«Il documento del Cnpa è parziale e soprattutto parte da un presupposto sbagliato: che un’alterazione chimica del tasso alcoolico impatti sulle cattive abitudini. Sarà banale ma, mi viene da considerare, se il vino fosse analcoolico i cattivi consumatori cambierebbero semplicemente il tipo di prodotto consumato. Né il proibizionismo, né lo snaturamento di un prodotto possono risolvere certi problemi. La verità è che bisogna insistere sulla comunicazione relativa alle conseguenze dei cattivi stili di vita e delle cattive abitudini alimentari. Tutto il resto sono palliativi. Al vino si associa spesso e sempre più un positivo stile di vita e di consumo. Lì bisogna insistere».

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