Una globalizzazione UE di pratiche scadenti, e l’Italia?

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In questi giorni si sente un gran parlare di Europa e Comunità, di debito, di fondo salva-stati, ma l’Unione Europea non è solo questo, e spesso quello che non riempie le prime pagine dei giornali incide forti cambiamenti nel nostro quotidiano e nella sfera economica dei singoli paesi. Scelte, indirizzi che portano ad una modifica delle legislazioni nazionali. Questo è il caso di alcune indicazioni fornite da Bruxelles in tema di prodotti agroalimentari e non solo.

È il caso del cioccolato, quando con la direttiva 2000/36/CE votata dal Parlamento europeo di Strasburgo è stata inserita la possibilità di sostituire fino ad un massimo del 5% il burro di cacao con sei diverse tipologie di grassi vegetali (burro d’illipè, olio di palma, grasso o stearina di shorea, burro di karité, burro di kokum, grasso di nocciolo di mango) senza l’obbligo di indicarne la specifica in etichetta ma limitandosi prevedere la dicitura “contiene altri grassi vegetali oltre al burro di cacao”. Un colpo alla produzione di qualità che nel 2010 si vede privare anche della denominazione “cioccolato puro” per l’utilizzo della quale l’Italia è stata condannata dalla Corte di giustizia europea.

In questo blog non possiamo poi non menzionare le politiche sul vino, alcune sensate come il divieto di miscelare vini bianchi e rossi per ottenere vini rosati, altre tese ad uccidere un prodotto che soprattutto in Italia e in Francia è stato ed è sinonimo di qualità tanto da essere elemento trainante in un momento di crisi dell’economia agroalimentare, in conseguenza anche del crescente aumento dell’export. Stiamo parlando in questo caso della possibilità fornita ai paesi del Nord Europa di aumentare la gradazione del vino attraverso un’addizione di zucchero o alla presenza nel mercato europeo di wine kit, polveri “miracolose” in grado di trasformare l’acqua in vino acquistabili anche su Ebay. Per non parlare poi della minaccia incombente riportata anche da questo blog e denunciata da Agrinsieme e Fivi di una politica europea contro l’abuso di alcol tesa a intervenire chimicamente nel vino per ridurne la gradazione alcolica.

In queste settimane è in corso poi una battaglia sul “made in”, cominciata del 2005, per iniziativa del nostro paese, con una proposta di regolamentazione unitaria riguardante l’obbligo di introdurre l’indicazione di origine sui prodotti. Ad oggi infatti circa il 90% delle merci in circolazione non viene controllato a danno degli utenti e dell’economie nazionali. Una lotta che nel 2015 ancora prosegue dopo il blocco in Consiglio dei ministri, per volontà della Germania, dell’Inghilterra, dell’Olanda e dei paesi baltici e scandinavi, di due proposte di regolamenti approvati dall’Europarlamento per volontà e che ha visto l’Italia, nei mesi scorsi in occasione del semestre europeo a guida Renzi, imporre nuovamente nella discussione dell’agenda UE la necessità di una regolamentazione chiara e in grado di tutelare produttori e consumatori.

Oggi poi è la volta del formaggio con l’imposizione da parte dell’Unione Europea all’Italia di una modifica della legislazione per la produzione di formaggi al fine di eliminare il divieto di utilizzo del latte in polvere, perché tale norma violerebbe la libera circolazione delle merci all’interno della Comunità, una direttiva che ha ottenuto la ferma risposta del Ministro delle politiche agricole e forestali Maurizio Martina che in un tweet ha rispedito al mittente il diktat e chiarito che l’eventuale modifica non riguarderebbe comunque i prodotti a denominazione di origine protetta.

Questa riflessione nasce dalla volontà di alimentare una discussione sana su come il ruolo dell’Italia nell’UE debba rafforzarsi e strutturarsi nella difesa dell’eccellenze italiane, spesso prodotte con attenzione alle materie prime e alle fasi di lavorazione da un tessuto di piccole e medie imprese. Realtà che hanno fatto e fanno grande il nome del nostro paese nel mondo e che andrebbero difese e tutelate da un’idea di mercato unico teso, purtroppo, alla globalizzazione di pratiche scadenti e ad un’uniformità a perdere in termini di qualità e tradizioni.

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