Un buon 2016 brindando italiano

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Erano i primi giorni di maggio del 2015 quando la Juventus vinse il suo trentunesimo o trentatreesimo scudetto, dipende dalle interpretazioni post calciopoli. Mentre leggete questo articolo vi starete chiedendo ma cosa c’entra la squadra piemontese con un articolo sul vino. Presto detto.

IMG_7362Quel giorno negli spogliatoi dei campioni d’Italia giravano e venivano mostrate alle telecamere, con immagini che hanno fatto il giro del mondo, bottiglie di Champagne etichettate per l’occasione. Un bel regalo alla Francia, insomma, che mostra secondo me il bias tutto italiano nei confronti della produzione nostrana. Badate bene, nessuno vuole mettere in discussione la storia del vino francese, fatta di centinaia di anni di produzione di qualità, e nessuno vuole negare che l’Italia del vino ha passato momenti difficili. Questo articolo non vuole infatti puntare ad un’esaltazione nazionalista cieca del Made in Italy, ma vuol essere semplicemente un invito a riflettere, ad iniziare a comprendere che da un centinaio di anni il vino italiano ha segnato e segna una ripresa e che dopo anche violente cadute ha saputo rialzarsi, ammettere gli errori e ricominciare.

In questo articolo ci limiteremo a semplificare, non ce ne vogliano gli esperti, per non farla troppo lunga, la storia della produzione vinicola italiana. Una storia che  parla di nobilità e contadini. L’Italia del vino è la storia della Marchesa Juliette Colbert e del Conte Camillo Benso di Cavour, che seguendo i consigli dell’enologo francese Oudar, posero le prime pietre per quello che oggi è uno dei vini rossi più famosi al mondo, il Barolo. È la storia delle famiglie nobiliari toscane ma anche la storia di quelle piccole realtà che da decenni portano avanti, con passione e fatica, un mestiere quello del fare vino che ha a che fare con l’imprevedibilità del tempo, la pronuncia del terreno, la specificità del vitigno e il segno di una maturazione, tutti elementi che mani attente devono saper tradurre in una bottiglia. È la storia degli angeli matti come amava chiamarli Luigi Veronelli, che ha segnato e scadenzato la vita del vino moderno con la sua visionaria passione, quegli angeli matti che sulle pendici dell’Etna, nei terrazzamenti liguri danno vita a vere e proprie perle della viticoltura italiana, troppo poco note a volte, come lo sciacchetrà ad esempio, vino dolce delle cinque terre che parla di mare.
Purtroppo la storia dell’Italia del vino è anche la storia della filossera che sul finire del diciannovesimo secolo ha colpito tutti i paesi europei, costringendo quasi tutto iI territorio nazionale, ad eccezione fatta per alcune zone come le vigne in Valle d’Aosta, alla coltivazione ad innesto con il piede americano ed è anche la storia del 1986, l’anno dello scandalo del vino al metanolo che ci ha fatto vergognare di fronte al mondo e che ha rischiato di minare anni di riscatto, ma che ci ha permesso di rialzare la testa, di rimboccarci le maniche e di ripuntare sulla qualità. È proprio da quella crisi, ma non solo, che nasce l’ondata positiva del vino italiano, quel processo di rinnovamento e serietà che ci ha permesso di rimetterci in discussione e fare passi da giganti, affiancando sempre più ai vini dei grandi nomi che ci hanno fatto conoscere nel mondo una produzione che ogni anno segna risultati importanti.

Ecco proprio di quei passi oggi vogliamo parlarvi. Vogliamo parlarvi e vogliamo capire insieme a voi che sì va benissimo lo champagne, vanno bene i muffati o i rossi di Bordeaux, ma che c’è una produzione italiana che sa essere all’altezza e che dovremmo imparare a valorizzare anche e soprattutto nelle nostre scelte quotidiane. A partire dal brindisi con il quale apriremo la porta al nuovo anno. Ecco quest’anno per brindare al meglio, impariamo a brindare italiano. Scegliamo tra le tante bollicine che ci stanno facendo apprezzare all’estero come dimostra il crescente export e che ci stanno facendo conquistare ambiti premi, battendo anche i cugini francesi.

Scegliamo tra spumanti nostrani, facciamo un salto nelle colline del Veneto tra Conegliano e Valdobbiadene per degustare un prosecco figlio di Rize o Cartizze, particolari appezzamenti di vigne che sanno esprimere il meglio del vitigno Glera, visitiamo la Lombardia scoprendo il Franciacorta o l’Oltrepò Pavese e spostiamoci nel Trentino per assaporare il Trento doc. Passiamo per il Piemonte per imparare a conoscere l’Alta Langa e attraversiamo la penisola italiana per imbatterci in alcune produzioni locali che sanno raccontare di vitigni che stanno osando il metodo Charmat. Insomma come buon proposito dell’anno nuovo impegniamoci a scoprire l’Italia del vino, l’Italia degli oltre 400 vitigni autoctoni, impariamo ad essere patrioti, ambasciatori nelle nostre quotidianità del Made in Italy senza dimenticare che possiamo e dobbiamo ancora fare di meglio. Siamo sicuri che questo viaggio vi stupirà. Buon 2016 e…cameriere, prosecco!

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